Streaming Gratis Juventus – Torino Come vedere Rojadirecta Live Tv

Il derby Juventus – Torino   inizierà alle ore 20:45, è l’anticipo della Sesta giornata di serie A.  Come Vedere Juventus – Torino Streaming Gratis è possibile per tutti oggi Sabato 23 Settembre alle ore 18:00 grazie a Mediaset e Sky che trasmetteranno la partita su Sky Super Calcio, Sky Sport 1 e Sky Calcio 1, anche in HD (alta definizione), e su Premium Sport e Premium Sport HD.

Juventus – Torino è la sesta giornata del campionato di Serie A.  Alle ore 20:45  il match tra Juventus – Torino. Si gioca per la Serie A  edizione 2017-18. streaming gratis per gli abbonati con Sky Go e Premium Play, app alle quali possiamo accedere con laptop, computer, smartphone e tablet.

Come possibili alternative dove vedere Juventus – Torino, ci sarebbero, in via non del tutto ufficiale, Video YouTubeFacebook LiveStream e Periscope. Il raccoglitore internet di links online gratuiti Rojadirecta non è più da considerarsi valido, perchè dichiarato illegale in Italia già da un bel po’ di tempo.  La gara che si giocherà domani alle ore 18:00 potrà essere seguita in tv come al solito sui dispositivi di Sky e Premium,oppure collegando il proprio personal computer alla tv con il cavo HDMI grazie al servizio in streaming delle due emittenti, Sky Go e Premium Play. Tuttavia, per vedere in streaming gratis Juventus – Torino senza pagare bisogna andare su Rojadirecta oppure siti alternativi ad esso se non funziona: sono però siti pirata illegali, e non possiamo fare altro che sconsigliarne la fruizione.

Anticipavamo, nei giorni scorsi, il bivio filosofico/tattico che Massimiliano Allegri si trova a dver affrontare alla vigilia di questo derby: da un lato la voglia di turnover dettata dal massiccio tour de force in corso, dall’altro al necessità di affidarsi al top della gamma a disposizione in considerazione dello spessore tecnico (unito a quello motivazionale) dei granata. Ebbene, stando agli ultimi test pare che il tecnico livornese non sia particolarmente disposto ad eccedere con la fantasia in questo frangente. Pertanto si prefigura una Juventus con Gigi Buffon tra i pali (al rientro dopo il turno di stop osservato mercoledì scorso contro la Fiorentina) e con Stephan Lichtsteiner, Medhi Benatia (in vantaggio su Daniele Rugani), Giorgio Chiellini e Alex Sandro (anche loro due, come il portiere, a riposo contro i viola)nella linea di defsa a quattro. Difficile l’ipotesi di una mediana a tre (anche perché sia Khedira sia Marchisio sono indisponibili), dunque spazio a Miralem Pjanic e Blaise Matuidi con Rodrigo Bentancur in panchina ma pronto a subentrare a gara in corso. Come pronti a subentrare a gara in cors, tendenzialmente, saranno Bernardeschi e Douglas Costa. Troppo in forma Cuadrado e Dybala, per rinunciarvi volontariamente, troppo importante Mandzukic, troppo bisognoso di opportunità Higuain. Questo, almeno, stando alle prove generali di ieri. Fermo restando, però, che con Allegri ogni momento è buono per qualche colpo di scena (Douglas Costa per Mandzukic?). Nel caso, il livornese s’è premurato di preparare il terreno: «Uno dei 4 attaccanti fuori? Se succedesse non sarebbe per scelta tecnica ma per necessità di gestione delle energie».

Per puntare al secondo successo in carriera contro la Juve (unico precedente in 13 partite il 2-1 in casa dei bianconeri nel 2009, quando allenava il Catania), Sinisa Mihajlovic ha provato più di una soluzione, negli ultimi giorni di allenamento al Filadelfia. Il tecnico serbo ha ad esempio accarezzato l’idea di passare al 4-3-1-2, per ispessire la mediana. La soluzione resta al vaglio, ma le condizioni non ottimali di Acquah, e il fatto che Valdifiori non abbia ancora disputato un minuto, in stagione, inducono a pensare che in definitiva il tecnico granata decida di confermare il rodato 4-2-3-1.

Se non sembrano esserci particolari dubbi in relazione alla composizione della mediana e del reparto offensivo, in difesa ci sono alcuni ballottaggi. Procedendo per ordine, davanti a Sirigu ha guadagnato posizioni, in virtù della buona prestazione disputata a Udine, l’argentino Ansaldi. L’ex dell’Inter è in concorrenza con De Silvestri per il ruolo di terzino destro, ma anche, anzi soprattutto, con Molinaro per la copertura della fascia mancina. Se N’Koulou è un punto fermo della squadra da quando è arrivato a Torino (sceso in campo in coppa contro il Trapani, a due giorni dal suo approdo in granata, non è mai più uscito giocando tutte le gare senza essere sostituito), al suo fianco c’è un giovane rampante, il brasiliano Lyanco, che insidia il posto a un senatore. La prova di livello disputata dall’ex San Paolo alla Dacia Arena ha infatti stimolato una serie di riflessioni, in Mihajlovic: l’allenatore del Torino non ha ancora preso una decisione definitiva, ma le possibilità che dal 1’ giochi Lyanco al posto di Moretti sono buone. Per il resto tocca a Rincon e Baselli in mezzo, e alla linea Iago Falque, Ljajic e Niang alle spalle di Belotti.

Più che una teoria, è un dato di fatto: la nuova Juventus è sempre più Dybala-centrica. Merito dell’evoluzione del 23enne fantasista argentino: prima era un bel talento, adesso è un campione totale. Dei bianconeri è il vero regista (quasi tutte le azioni pericolose partono dal suo sinistro) e in quest’avvio di stagione pure il primo realizzatore (10 gol, 8 in campionato). Con il cambio di maglia (dal 21 al 10) è cambiato pure Dybala: più libero, più micidiale, più concreto. La nuova Joya non è casuale è non solo un fatto di numerologia: è nata nella notte della delusione di Cardiff. Passata la rabbia, Paulo è ripartito con un piano preciso: diventare uno dei migliori al mondo. Il risultato del lavoro svolto in vacanza è sotto gli occhi di tutti.
Mai come in questo momento sembra complicato rinunciare alla Joya. Il primo a saperlo è Massimiliano Allegri, che infatti è orientato a schierarlo anche stasera. Dybala è uno degli “spaccaderby” più quotati. Questione di dna, classe, ispirazione. Il numero 10 bianconero, contro la Fiorentina per la prima volta a secco in A, vuole ripartire a modo suo e non c’è niente di meglio che la sfida con i rivali cittadini del Toro. Un derby è sempre un derby, anche se arriva a tre giorni da una partita di Champions (mercoledì c’è l’Olympiacos). Alla Juventus contano i titoli, non le stracittadine vinte, ma marchiare le sfide più calde aiuta a crescere anche in Europa.

Dybala al Toro ha già segnato, ma è un po’ come se questo fosse un anno zero per l’argentino. I primi due anni sotto la Mole sono stati straordinari, però questa stagione è cominciata con una magia particolare. Ogni volta che Paulo accarezza il pallone si ha la sensazione che possa succedere qualcosa di importante: gli avversari lo temono e soprattutto faticano a individuare una buona strategia per limitarlo. Il gol stile calcetto contro il Sassuolo ha beffato Paolo Cannavaro e Consigli, ma il numero di coloro che hanno allargato le braccia è maggiore: ora tutta Italia – a partire da quella granata – si chiede come si possa fermare Dybala. Una formula non c’è, serve un pizzico di fortuna e di casualità: tipo quella che ha avuto la Fiorentina mercoledì sera allo Stadium. Ma come dice qualcuno: è difficile che questo Dybala si inceppi per due partite consecutive.

La soggezione che gli avversari provano nei confronti di Dybala è direttamente proporzionale alla stima che Allegri nutre per il suo numero 10. Il “Conte Max”, tecnico intelligente e abile gestore di uomini, non parlerà mai di giocatori intoccabili e di Juve dipendente da Dybala, però da convinto sostenitore della teorie delle categorie sa benissimo quanto Paulino sia imprescindibile per la sua Juventus ancora alla ricerca del miglior equilibrio. «E’ molto semplice – ha detto di recente il tecnico livornese – se hai Dybala le giocate vengono, altrimenti non ci sarebbero giocatori da 250 milioni e giocatori da un milione. Sarebbero tutti uguali se nel calcio si vincesse solo con gli schemi…».
Verrà anche il momento in cui l’argentino verrà fatto rifiatare, ma in questo periodo Allegri preferisce percorrere una via alternativa: dosarlo scontandogli i finali di gara. Un modo per risparmiargli minuti e fargli prendere applausi. Già, perché a parte con la Fiorentina e a Barcellona sono state quasi tutte standing ovation.

Una sorta di derby Champions, sottolinea Massimiliano Allegri. Che non esita un solo secondo a sottolineare l’importanza di vincere (anche) questa stracittadina. «Perché ci servono i tre punti per non interrompere il nostro cammino vincente e mantenere la testa della classifica, e poi perché… è un derby, e dunque i derby bisogna cercare di vincerli per ciò che rappresentano. E se qualcuno pensasse che in casa Juventus non si guardi alla stracittadina con emozione e partecipazione, beh, sbaglierebbe di grosso: per noi questa sfida vale quanto una partita di Champions League, quanto uno scontro diretto per lo scudetto».

Peraltro, concorda il tecnico bianconero, questo intreccio con i granata si annuncia quale uno dei più impegnativi, combattuti, equilibrati. Giacchè… «Il Torino ha una rosa davvero competitiva e può ambire alle prime 7-6 posizioni: ha completato una squadra già ottima con giocatori con caratteristiche “da Toro” come Rincon, Ansaldi, Niang». Più pungente, sia pure scherzoso, è invece Massimiliano Allegri sul bomber granata Belotti: «Mah, non so se li spenderei 100 milioni per lui…». Ma poi raddrizza il tiro: «Anche perché io 100 milioni non li ho. Detto questo, Belotti è un ottimo giocatore, importante per il Toro e per la Nazionale. Comunque, ribadisco, non è lui l’unico giocatore pericoloso del Toro. C’è Ljajic, c’è Iago Falque…».

Detto d’un Torino potenzialmente da prime 6 posizioni in classifica, Allegri concentra invece le attenzioni sulle potenzialità della sua Juventus e, anche, sul ruolo fondamentale che i tifosi bianconeri possono e devono ricoprire nella rincorsa agli obiettivi della squadra: «I tifosi devono continuare a starci vicini come lo sono stati finora. E una cosa deve essere chiara: vincere non è normale, è sempre una cosa straordinaria, perchè vince sempre uno solo e perché ogni annata che inizia è diversa da quelle precedenti. E’ sempre più difficile, confermarsi in Italia, contro avversarie sempre più agguerrite: questo per noi deve essere un grande stimolo. Per noi arrivare in fondo e vincere il settimo Scudetto consecutivo deve diventare un obiettivo primario, perchè è una cosa che non ha mai fatto nessuno in Europa a parte il Lione. Per affrontare la stagione come sempre, ci vuole grande entusiasmo. Oltretutto, ogni cosa è collegata: perchè per fare una grande Champions bisogna fare un grande campionato, bisogna fare una grande Coppa Italia… E quindi c’è bisogno di tutti. C’è bisogno di grande entusiasmo dentro la squadra, dentro la società, nei tifosi».

E poi, ma guarda un po’, in ottica juventina, ci sarebbe bisogno di un successo nel derby d’andata: un modo per restare in vetta a punteggio pieno e per continuare a volare sulle ali dell’entusiasmo.

Le maglie che indossano disegnano destini opposti, ma ad avvicinarli fisicamente ci pensa la bellezza del centro di Torino. Cos’hanno in comune Belotti e alcuni bianconeri, tra i quali Allegri e Szczesny? In teoria poco o nulla, in pratica lo splendido palazzo ubicato in via Lagrange dove abitano. E dove il Gallo ha appena traslocato.
Sarà, quello in programma questa sera alle 20.45 all’Allianz Stadium, anche un confronto tra vicini di casa. Con tutte le conseguenze del caso: Belotti decide il derby con una doppietta? Per un bel po’ dovrà scendere a comperare lo zucchero, se per prendere il caffé con Giorgia gli dovesse mancare quella zolletta altrimenti messa a disposizione dalla famiglia Szczesny. Allegri risolve con una mossa tattica magistrale? Potrà sognarsi per un bel po’ quei buonissimi casoncelli che alle volte Belotti gli regala dopo una puntata nel Bergamasco. E via di seguito, nell’immaginare innocenti dispetti e sfottò assortiti.

Anche questo è il senso del derby. Lo scorso anno, verso fine stagione (era il 6 maggio), il Toro aveva sfiorata l’impresa – tale è una vittoria in casa dei bianconeri -, ma alla splendida punizione vincente di Ljajic aveva fatto seguito la zampata di Higuain. Per un 1 a 1 finale seguito al 3-1 dell’andata. Una gara che i granata avevano indirizzato per il verso giusto proprio grazie a una delle innumerevoli meraviglie esibite nella scorsa stagione dal Gallo: un preciso colpo di testa, a indirizzare nell’angolino basso un delizioso cross di Baselli, che aveva scatenato l’incontenibile entusiasmo della tifoseria granata. Ma poi, la Juve…

Così, Mihajlovic, alla vigilia del derby ha voluto responsabilizzare il numero 9 del Torino: «Il Gallo ha il volto degli eroi antichi del Toro, deve incidere il suo nome, in questa gara. Gli ho parlato a quattr’occhi dicendogli un paio di cose semplici. Di stare tranquillo, di giocare per la squadra. Nelle ultime due partite, quando è tornato a rincorrere gli avversari dando l’esempio ai compagni, anzi suonando la sveglia a tutti, ha fatto bene e soprattutto è tornato a segnare. È esattamente quanto mi aspettavo da lui».
Dai compagni di… palazzo, a quelli di squadra. Ecco cosa il tecnico serbo ha spiegato, in riferimento ad alcuni altri giocatori granata: «Ansaldi? A Udine mi è piaciuto molto, lui come d’altronde tutta la squadra. Anche N’Koulou ha fatto bene, il suo arrivo è importante, per i nostri equilibri difensivi. Tanto che l’ho mandato in campo a due giorni dal suo arrivo (in Coppa Italia nel 7-1 al Trapani, ndr). Con lui, Sirigu in porta e tutti gli altri – Lyanco compreso che a Udine ha giocato su buoni livelli -, devo dire che nel complesso sono soddisfatto, per quanto mi è stato messo a disposizione».
Cioè un gruppo capace, in queste prime cinque giornate di campionato, di conquistare 11 punti senza subire alcuna sconfitta. Un gruppo che, trascinato da Belotti, punta a un risultato positivo per allungare la serie, crescere ulteriormente nella convinzione e non ultimo aggiungere preziosi punti alla propria classifica. Il “derby del pianerottolo”, la sfida tra vicini di casa altrimenti lontani, è apparecchiato: non resta che gustarselo.

La liturgia della partita vissuta davanti alla tv ha tradizioni antiche come la Peroni famigliare gelata, la frittatone di cipolle e il rutto libero, il geniale ed eterno menù di Fantozzi per Italia-Inghilterra («21-0, ha segnato anche Zoff su calcio d’angolo»), ma è sensibile alle innovazioni dei tempi moderni, scanditi dal cibo a domicilio. In prinicipio erano le pizze, poi con le agenzie di consegne il tifoso ha scoperto che può mangiare di tutto durante i novanta minuti e le cene calciofile si sono trasformate come le rose della Serie A, accogliendo variaziani straniere da tutto il mondo.

Deliveroo, una delle principali agenzie, ha studiato molto da vicino Torino (dove lavora con 100 ristoranti). E grazie al supporto di un’indagine online condotta da Research Now, ha scoperto che un torinese su tre ordina a domicilio almeno una volta a settimana (30%) e circa la metà (52%) lo fa almeno 2-3 volte al mese. Ad ordinare sono soprattutto donne (73%) di età compresa tra i 25 e i 44 anni. E il giorno delle partite fa registrare sempre un picco di ordini: un torinese su cinque infatti dichiara che godersi la partita con una cena ordinata on line è la serata perfetta. Tant’è che nella curiosa classifica di chi i torinese vorrebbero come “rider”, il ciclista-fattorino che consegna la cena, scegliendo fra i vip della città ci sono anche calciatori: per circa un torinese su tre (31%) la preferita è Luciana Littizzetto, che nelle preferenze si posiziona davanti a Luca Argentero (24%) e al bomber della Juventus Gonzalo Higuain, in terza posizione con il 17% delle preferenze. Poi c’è Andrea Belotti, bomber del Toro (13%), seguono uno juventino e un granata: Samuel, cantante solista e voce dei Subsonica (9%) e lo scrittore Alessandro Baricco (6%).

Ma i tifosi sono tutti uguali? Pare di no. Tifare la Juventus o il Torino è una scelta di campo piuttosto profonda e, a quanto pare, influenza anche i gusti a tavola. Dall’indagine di Deliveroo, infatti, i tifosi del Toro ne escono più tradizionalisti con una percentuale bulgara, anzi… napoletana, per la pizza, preferita dal 71% dei granata che si apprestano a vivere un match, a partire dl derby. Meno ordinati dai tifosi del Torino i cibi della cucina orientale, che invece stuzzicano uno juventino su quattro. Per carità, la pizza è solida capolista anche nelle preferenze bianconere, ma il 24% è attirato dal sushi e dalla cucina thai, dagli hamburger.

Un sogno, tuttavia, unisce il popolo bianconero e quello granata, potersi godere un derby con un brasato al barolo della più tipica trazione piemontese, non sempre facile da ricevere a casa, dove forse ci vorrebbe una nonna con una ricetta consolidate da decenni di pranzi della domenica, quando le partite erano al pomeriggio e nei derby invernali al vecchio Comunale si poteva arrivare accompagnati dal persistente ricordo di una bagna cauda, consumata in famiglia e innaffiata da una bella bottiglia di rosso.
Tra ieri e oggi resta un ponte gastronomico legato al calcio, quello vissuto allo stadio, però e che non vede tramontare i camioncini dei paninari: il trionfo dell’unto, la glorificazione del trigliceride, l’apoteosi del colesterolo. Il panino con la salsiccia, le cipolle e altre verdure, non sempre chiaramente identificabili, rappresenta il sapore della partita di chi non si accontenta dell’emozione televisiva, ma oltre a guardare e sentire un derby, vuole anche sentirne l’odore e il sapore.

Se è vero che ogni città ha la sua voce, quando grida usa il suo stadio. Torino ne ha addirittura due, ma soprattutto ha Max Casacci, chitarrista fondatore dei Subsonica, che ha deciso di farle fare un disco. Così, insieme a Daniele Mana (Vaghestelle), è andato in giro con un registratore e un microfono, catturando la ritmicità di un tram, lo sciabordare di un turet (le iconiche fontanelle cittadine), il vociare multietcnico del mercato di Porta Palazzo e centinaia di altri suoni che compongono l’inconscia colonna sonora di ogni torinese.
Spiega Casacci: «Il risultato, elaborato in studio, mischia il jazz con quello che abbiamo registrato in città, facendone musica elettronica su basi jazz, per arrivare a lambire il pop e l’hip hop. Ed è la nostra dichiarazione d’amore per Torino». Il progetto si chiama The City e scatta una fotografia sonora in cui perdersi per cercare di riconoscere dei rumori quotidiani nelle ritmiche e nelle sfumature dei dieci pezzi che compongono il disco. L’ultimo è proprio “Derby”, un pezzo nato nella curva Maratona dello stadio Grande Torino e nella Curva Sud dello Juventus Stadium. I granata hanno messo il battimani, i bianconeri hanno messo gli “ooooo” e, per una volta insieme, hanno fornito il punto di partenza a Casacci, Mana e il jazzista Emanuele Cisi, altro elemento chiave del progetto che vede coinvolti anche il Dybala della tromba Enrico Rava, così come altri fuoriclasse del jazz come Gianluca Petrella, Furio Di Castri, Flavio Boltro, Petra Magoni. C’è pure il rapper Ensi (cuore bianconero) e il batterista dei Subsonica Enrico Matta, meglio conosciuto come Ninja che dello Stadium è un assiduo frequentatore, visto che la Juventus è l’unica cosa che può mandarlo fuori tempo.
«Registrare negli stadi è stata una delle esperienze più “estreme” del progetto. Gli stadi sono una voce imporante di ogni città e ne sono uscite anche alcune immagini suggestive per il video di “Quando parlo di lei”, filmate in Maratona», racconta Casacci, juventino tiepido, mentre Mana è decisamente più gobbo e ghigna quando ti fa sentire il “clap” perfetto raccolto allo stadio del Toro: «Questo ci è costato una partita in Maratona e abbiamo pure portato fortuna al Torino». Ma il bello del pezzo, in fondo, è la perfetta fusione dei due stadi, l’illusione che al di là delle fedi calcistiche, ci sia un’unica passione comune che batte martellante come un cuore nel mezzo della tempesta di un derby, dando finalmente un suono all’adrenalina.

«Lo conosco bene, Sinisa. Mi sembra di vederlo, in queste ore. E soprattutto mi sembra di sentirlo».

Diego Apicella, lei ha lavorato come mental coach al fianco di Mihajlovic, per due anni nella Sampdoria e poi nel Milan. Le chiediamo di aiutarci a capire come si affronta il diavolo, e come lo starà già affrontando Sinisa.

«Ovvero?».

Il grande incubo del Toro, i minuti finali. Lo scorso 6 maggio Higuain segnò il gol del pari al 92’. Il 31 ottobre del 2015 Cuadrado al 94’ firmò il 2 a 1 per i bianconeri. Il 30 novembre del 2014 allo stesso minuto fu Pirlo a battezzare la vittoria della Juve. E sempre allo Stadium. Sembra davvero un incubo che ritorna.

«Sì, certo. Tutto chiaro. Capisco. Guardate, per prima cosa sono praticamente sicuro che Miha ai giocatori sta presentando una grandissima occasione, e non tanto una possibilità di riscatto. Non vedo negatività nel suo discorso. Ha già detto e dirà ancora, prima del match, che questa è una di quelle partite che tutti, da bambini, sognano di giocare. E quindi bisogna coltivare la tensione nel cuore e nel cervello. Bisogna sentirla. Ma non una tensione negativa. Al contrario, una molla psicologica. Ha sicuramente parlato della partita perfetta. Che significa maturità individuale e collettiva. Quando lui parla, mette dentro al quadro anche la tifoseria: ecco perché sa coinvolgere pure le masse, ed è molto amato. Immagino il suo discorso chiave, ora».

Quando, esattamente?

«In hotel, poco prima di salire sul pullman e di dirigersi allo stadio. Parla lui. Solo lui. Per una decina di minuti».

E dirà?

«Penso che esprimerà, in sintesi, concetti come questi, mentre guarderà negli occhi i giocatori, a uno a uno, e trasferirà la sua energia. Dirà loro: avete l’opportunità di confrontarvi con un top club d’Europa e di dimostrare che anche voi ce la potete fare. Questa sarà la vostra unità di misura. Un’occasione bellissima per crescere e aumentare la consapevolezza. Ma per riuscire bisogna crederci. A tratti punzecchierà anche i giocatori, per tirar fuori tutto il loro orgoglio: se non saprete gestire l’emozione e le responsabilità, non potete meritare di giocare anche voi in Europa, un giorno. Ma poi li scatenerà: io sono sicuro che potete farcela, io so che voi ce la farete. Ma dovrete avere il coraggio di osare, perché chi vuole vincere deve saper affrontare l’ignoto, andare oltre, rompere gli schemi».

E l’incubo degli ultimi minuti? E le ginocchia che possono ballare, al dunque?

«Sinisa sa che fatti come questi… come quelli dei derby precedenti… possono anche essere prodotti da temporanei momenti di ansia, e non solo da coincidenze sfortunate. Quando una squadra ti schiaccia con un forcing finale, e il risultato è in bilico, puoi anche sentirti sui carboni ardenti. E se non hai molta esperienza, l’abitudine a reggere queste pressioni psicologiche, rischi di perdere fiducia e forza, sia fisica sia mentale».

E come può fare Mihajlovic per levare dalla testa dei suoi quell’incubo?

«Sono convinto che ne parlerà pochissimo, o anche nulla. Starà sicuramente battendo i tasti della positività, non della paura. Anzi, credo che questa parola non uscirà neanche una volta dalle sue labbra. Starà ripetendo: soltanto chi cade è in grado di rialzarsi e di crescere, soltanto chi crede nei sogni può realizzarli nella vita, solo chi non ha abbastanza carattere si tira indietro all’ultimo. Sinisa sa toccare la psiche più interna di ogni giocatore. E’ davvero un grande, sotto ogni aspetto: umano e professionale. A parole, Miha starà disegnando uno scenario molto più grande: quasi una visione. Il quadro degli obiettivi dichiarati, l’Europa. Dirà: questa per voi è una splendida vetrina per ambire a palcoscenici migliori, col Toro. Poi farà di tutto per far sentire ai ragazzi la sua presenza al loro fianco. In questi giorni avrà di sicuro raccontato qualche aneddoto personale. Che sia la guerra vissuta sulla pelle o una Coppa alzata al cielo, nella sua straordinaria carriera di campione. Per togliere ai giocatori il peso dei loro timori. Per non farli mai sentire soli. Dirà: dal primo all’ultimo secondo, io sarò al vostro fianco. Utilizzate me, durante la partita, se avrete bisogno. Userà questa metafora, quasi certamente: se pioverà, anche io sarò in piedi sotto l’acqua, come voi. Mihajlovic sa immedesimarsi perfettamente nei suoi giocatori. E’ un allenatore operaio, cresciuto alla scuola di Boskov. Che per lui non era solo un ottimo tecnico, ma anche un maestro di vita, un papà. E quando avrà finito il suo discorso motivazionale in hotel, prima di salire sul pullman per lo stadio, la squadra avrà una carica pazzesca in corpo. Tutti i giocatori, assieme, proveranno una gigantesca scarica adrenalica ed emozionale. E anche lui si sarà trasformato in una belva, a quel punto. Con gli occhi di tigre: quelli che cerca di trasmettere ai giocatori, soprattutto prima di partite così importanti. Mi sembra proprio di sentirlo, sì, quando urlerà ai suoi, alla fine del discorso: e ora scateniamo l’inferno!».

Sono tra i più attesi. Per tanti motivi. Niang deve dimostrare di essere da Toro con una prestazione finalmente convincente dopo quella scialba di Udine mentre Rincon, grande ex, punta ad una partita speciale. Ricordiamo che nel giorno della sua presentazione al Grande Torino parlò con entusiasmo di questa sfida. Con un obiettivo: «Vincerla». Ed in effetti il centrocampista venezuelano, anche se felice di essere approdato in granata, vorrà dimostrare che i bianconeri hanno avuto molta fretta nello scaricarlo dopo soltanto pochi mesi. Quindi è motivato. Più di tutti. In queste prime partite col Toro ha dimostrato di essere un giocatore importante per Sinisa Mihajlovic e questa sera farà di tutto per portare a casa i tre punti. Si è subito calato nella parte, condivide ambizioni e obiettivi del gruppo, e si è subito preso il Toro con il suo dinamismo e il grande spirito di sacrificio. E’ riuscito in poco tempo a dare equilibrio, proprio quello che andava cercando il tecnico serbo. C’è ancora molto da migliorare ma ha preso la strada giusta. E, fatto tutt’altro che trascurabile, si è subito fatto ben volere dai compagni. Sono bastate un paio di occhiatacce agli avversari per tutelare l’integrità del Gallo, per conquistarli.

E Niang…

Molta attesa anche per Niang, acquisto costosissimo, colui che dovrebbe far compiere alla squadra il salto di qualità. In queste prime apparizioni è sembrato fuori giri, non è mai riuscito ad entrare nel cuore del gioco anche se gli va dato atto che a Udine è riuscito a servire a Ljajic il pallone, importante, del 3-1. Per il resto, invece, ha lasciato a desiderare. Ritrova Allegri che al Milan lo ha lanciato in grande stile, basti pensare al 12 marzo del 2013 quando il Max bianconero lo lanciò dal primo minuto al Camp Nou in un Barcellona-Milan: 4-0 per i catalani ma Niang ha colpito il palo quando gli azulgrana erano in vantaggio solo per 1-0. Un’occasione che poteva cambiare il match. Ora il francese ha la grande possibilità di avvicinare a sé il Toro e i tifosi nella partita più sentita dell’anno. Un suo gol, per rendere l’idea, lo catapulterebbe nel cuore della Maratona cancellando di colpo tutto quello che non ha fatto nelle precedenti partite. Sinisa punta molto su di lui e in queste ore lo ha curato molto sotto l’aspetto psicologico. Perché sa bene che le qualità di Niang, se espresse su alti livelli, possono fare la differenza.

Se quello di stasera sarà un derby unico, perché mai negli ultimi anni i granata si sono sentiti così prossimi ad attaccare i bianconeri sul loro campo, nei conti economici la storia sta scrivendo un capitolo simile. Titolo potenziale: il Toro fa la Juve, con buona pace di chi non vorrebbe mai confondere l’amore di una vita con il nemico meno gradito in circolazione. Del resto è sufficiente dare un’occhiata al trend di crescita delle due squadre torinesi per comprendere come il gap sia evidentemente ancora netto, ma con Urbano Cairo al potere i numeri del club granata non sono mai stati così lusinghieri e nella tendenza positiva i granata non sono da meno rispetto ai cugini.

balzo

La Juventus non fa più notizia anche se il boom alla voce di fatturati e utile di bilancio non è mai una cosa scontata, bensì conquistata nel tempo. E così la risalita dal burrone di Calciopoli è certificata dai numeri, mai nella storia così accattivanti e tali da guardare Bayern e Barcellona negli occhi: dai 172,1 milioni di ricavi nella stagione 2010-11 – la prima dell’era targata Andrea Agnelli – ai 562,7 freschi freschi e da approvare nel corso della prossima assemblea degli azionisti il balzo è pazzesco, in un crescendo inarrestabile. L’andamento del fatturato dei granata segue un percorso sinusoidale, con il picco toccato nel 2014 a quota 92,6 milioni di ricavi. Poi due anni in discesa e con l’attesa montante per i nuovi dati legati al 2017: quando i granata arriveranno in tripla cifra, ben oltre i 100 milioni di euro (con il quinto bilancio di fila in utile). E’ Juve-Toro show, non solo sul campo: e ora chi li ferma?

Negli ultimi decenni, di rado il Toro ha affronta- I to il derby così vicino alla Juve. Quattro punti in meno sono tanti se si guarda alle partite giocate, appena cinque, però sono pochi in rapporto alle forze, ai differenti organici, ai pronostici estivi. Non siamo ritornati alla metà degli Anni Settanta, quando il Torino scrutava la Juve da pari a pari, se non dall’alto in basso, ma nell’avvio di campionato c’è stato un riavvicinamento rispetto agli enormi ultimi distacchi. Oggi allo Stadium sapremo quanto è reale o effimera questa riduzione di distanze. E però, nell’imminenza della partita, va registrato che c’è almeno un ruolo in cui le parti si sono rovesciate. Parliamo dei due centravanti, Gonzalo Higuain e Andrea Belotti. Qui sì che ripiombiamo nei favolosi «Seventies» granata, quando Ciccio Oraziani e Paolo Pulici sovrastavano Roberto Bettega e il suo compagno d’attacco (variabile). Oggi la classifica marcatori dice questo: Belotti tre gol, Higuain due.

UOMINI DERBY Un dato di fatto si impone, prima di qualunque riflessione. Higuain e Belotti sono due uomini derby, attitudine di rilievo: ci sono giocatori che in certe partite scompaiono. Il Pipita, tra Napoli e Juve, ha segnato sette gol in otto gare contro il Torino, tre con la maglia bianconera nella scorsa stagione: la doppietta nel derby d’andata e la rete al ritorno. Higuain ha rifilato più gol soltanto alla Lazio (12). Belotti negli ultimi tre derby è andato a bersaglio per due volte, non male. Il Pipita è in vantaggio per 3-2 sul Gallo, quanto ai gol nel derby torinese, e chissà chi dei due smuoverà oggi questa particolare classifica. Higuain ha forgiato a Buenos Aires la sua vocazione. Da bella promessa del River Piate, nell’autunno del 2006, colpì il Bo- ca Juniors con una doppietta, al Monumentai, lo stadio dei Millonarios. Vale la pena di guardare il filmato su youtube, per (ri) scoprire un Pipita giovane, magro e coi capelli lunghi, irriconoscibile rispetto ai giorni nostri, quasi trentenne. Chi ha affrontato e battuto il Boca a 18 anni non può avere paura di niente e nessuno. Era un Pipita spensierato, neppure centravanti. Giocava da tre- quartista perché ne aveva facoltà e piedi: la sua precisione nel passaggio o nell’apertura di gioco viene da lì, dalla beata gioventù.

PIPITA NO Oggi Gonzalo sembra involuto, domenica a Reggio Emilia col Sassuolo ha disputato una delle sue peggiori partite italiane. Appesantito, incartato su se stesso, ma guai a darlo per bollito. Gli basterà un gol per ritrovarsi e ripartire più forte di prima. L’incerto inizio nella Juve gli è costata l’Argentina. Jorge Sampaoli, c.t. della Selecdòn, gli ha preferito Mauro leardi anche per il prossimo giro di qualificazioni mondiali. Sarebbe clamoroso se l’Argentina restasse fuori dal Mondiale e ancor più sorprendente sarebbe se, a qualificazione raggiunta, Sampaoli non portasse lo juventino in Russia. Il giornale La Naciòti ha scritto che Sampaoli in questi giorni è stato in Europa per incontrare alcuni giocatori. In Spagna ha visto Messi e Mascherano, in Italia leardi e Biglia. Ignorato il Pipita, grande freddo tra i due. Higuain ha soltanto un modo per riprendersi la maglia biancoceleste: segnare fino allo sfinimento. A partire da stasera, sempre che Allegri lo schieri titolare. «Uno di quelli davanti starà fuori», ha detto ieri l’allenatore, senza specificare. Higuain, su Instagram, ha chiamato a raccolta i tifosi juventini: «Siamo pronti per domani (oggi, ndr). Abbiamo bisogno del supporto di tutti per vincere la partita. Vi aspettiamo allo stadio Allianz».

GALLO SÌ Se Allegri ha messo pepe sulla coda di Higuain, ieri Mihajlovic ha composto l’elogio di Belotti: «Andrea deve incidere il proprio nome in queste partite perché ha il volto degli eroi antichi del Toro». Il Gallo ha passato un’estate complicata. Da una parte la tentazione del trasferimento al grande club, per misurarsi in Champions. Dall’altra il senso di riconoscenza per il Torino che ha fatto di lui uno dei centravanti più forti in circolazione. La clausola da cento milioni, fissata per il mercato estero, ha funzionato da deterrente, Belotti è rimasto e viaggia già su alti standard, Nazionale a parte. Tre gol in cinque gare di campionato rappresentano la normalità per uno del suo livello, però la rovesciata contro il Sassuolo concorrerà col pallonetto di Mertens per la palma del gol dell’anno e il terrore che il centravanti granata ha suscitato mercoledì nella difesa dell’Udinese era percepibile a occhio nudo, i difensori friulani sono stati indotti all’auto- lesionismo, si sono arresi senza condizioni. Il Gallo ha bucato la bolla del mercato, che lo ha imprigionato in estate. Stasera la grande vetrina, per se stesso e per il Torino, stufo di essere suddito della Juve.

A ognuno il suo stile. Massimiliano Allegri non fa proclami e non tira in ballo la lotta di classe per motivare giocatori e tifosi in vista del derby. Chiede sì l’aiuto del pubblico («Abbiamo bisogno dei tifosi. Vincere non è mai normale ma sempre straordinario. Il settimo scudetto di fila, impresa che è riuscita solo al Lione, deve diventare l’obiettivo primario»), ma poi si scioglie in complimenti per gli avversari: «Sono d’accordo con Chiellini, il Torino ha completato una squadra già ottima, ha la rosa che può ambire ad arrivare tra le prime sei».
FIDUCIA HIGUAIN Sarà un derby d’alta quota, in mezzo alla gara vinta col minimo sindacale contro la Fiorentina e un secondo turno di Champions contro l’Olympiacos da vincere a tutti i costi, e con Gonzalo Higuain alla ricerca del gol perduto: l’ultima rete l’ha realizzata in Juventus- Chievo di due settimane fa. Per uno come lui, che viaggia a medie elevatissime, equivale al paleozoico. Allegri però continua a fargli da scudo: «Higuain ha grande e totale fiducia da parte dei suoi compagni, si sbloccherà; mercoledì è già andata meglio rispetto alla gara col Sassuolo, nel corso della stagione gli capiterà di rimanere in panchina: siamo in tanti».

QUALCUNO STA FUORI Poi, il tecnico della Juventus aggiunge: «Può darsi che uno stia fuori. Bernardeschi e Douglas Costa sono in buone condizioni, devo decidere se rinunciare a qualcuno dei titolari davanti». Pare un messaggio in codice per il Pipita, in realtà è più facile che sia solo banalissima pretattica.
NIENTE BRIVIDI Un modo per tenere tutti sulla corda, visto che mercoledì nella gara contro la Fiorentina al tecnico qualcosina è andato di traverso: «Ero arrabbiato con Pjanic, non mi piacciono le palle giocate male, ha tirato da 50 metri a 1’ dalla fine invece di tenere palla – continua Allegri -. Pure Bernardeschi ha fatto scelte sbagliate. Con la Fiorentina abbiamo voluto fare gli ultimi minuti da brividi». Cosa che stasera, seconda gara di fila all’Allianz, vorrebbe evitare. Negli anni bianconeri gli è capitato di vincerlo all’ultimo minuto, con tanto di fiuu liberatorio via twitter, ma ogni tanto si può anche fare a meno di soffrire. «Per noi e per il Toro questa partita ha la stessa importanza: perché è un derby, quindi una partita speciale, e perché servono assoluta- mente i 3 punti».

OCCHIO AL GALLO Allegri stasera ritroverà anche un pupillo dei tempi in cui allenava i rossoneri, Niang: «E’ giovane, al Milan ha fatto bene a tratti ma ha ancora tanta strada davanti. In ogni caso il Torino ha preso un buon giocatore». E Niang non è certamente l’unico a mettere paura alla Juventus: «Belotti e Ljajic hanno qualità importanti a livello tecnico ma noi abbiamo buoni difensori per poterli arginare.
Rugani è cresciuto molto, è migliorato tecnica- mente ma ha ancora margini nell’uno contro uno. Non so se Belotti vale 100 milioni, anche perché comprare i giocatori non è il mio mestiere, so che è fondamentale per il Torino ed è un punto fermo della Nazionale». Se poi stasera il Gallo- Belotti non canterà, Massimiliano Allegri di sicuro non la prenderà male.

Rispetto e timore, parole che rimbalzano alla vigilia dai protagonisti dell’altra sponda. E’ la vigilia che attendeva il popolo granata dallo scorso millennio, dall’ultima vittoria a casa Juve. Al di là del bottino pieno, che può arrivare o meno, per la prima volta nell’era Cairo il Toro può guardare negli occhi l’avversario e sfidarlo in campo aperto, nei singoli duelli sul campo. Perché il Toro oggi è maturo, è consapevole della propria forza, è completo in ogni reparto grazie all’innesto di giocatori di qualità ed esperienza, pronto per lottare per un piazzamento Uefa. E perché in panchina oggi può contare su un trascinato- re come Sinisa Mihajlovic, erede per carattere e peculiarità di Gustavo Giagnoni, Gigi Radice, Emiliano Mondonico.
IL SOGNO SI PUÒ’ AVVERARE
Mihajlovic sfodera la spada, parole che pungono, pura poesia per il popolo granata: «C’è

una grande differenza tra le due squadre ma Walt Disney diceva: “Se sogni qualcosa, è perché lo puoi fare”. Questo è il derby, unico nel suo genere, lo scontro tra la passione e la ragione, tra i colori e il bianconero, tra il popolo e i padroni. Dobbiamo essere cinici davanti alla porta, la giusta rabbia nel difendere un gol. L’anno scorso siamo andati vicini a vincere, subendo gol solo alla fine. Mi sono anche arrabbiato per un errore dell’arbitro. Ora spero che non succeda più, visto che c’è la VAR, e mi auguro che venga utilizzata anche nei nostri confronti a differenza di questo inizio di campionato». Non ha dimenticato l’allenatore serbo gli insulti razzisti dello Sta- dium nell’ultimo derby. «C’è un’ottima acustica. Se dagli spalti urlano “serbo di m…”, spero che questa volta lo senta anche il quarto uomo oltre a me, perché è un’offesa a tutto un popolo e non solo a me. Comunque mi auguro che non accada». Confida sulla fame di Belotti. «In queste partite deve impersonare lo spirito Toro. Lui ha il volto antico degli eroi granata, deve incidere il suo nome in questa partita. Deve solo stare tranquillo e giocare per la squadra, fare movimento e non perdere la generosità. Quando ha cominciato a fare il Gallo nelle ultime gare ha dato la sveglia a tutti». Non svela la formazione ma rispetto a Udine rientreranno Moretti e De Silvestri. «A centrocampo la coperta è corta, ma lo o era anche nelle precedenti partite. Niang partirà dall’inizio anche se non è ancora al top. L’ho voluto io perché so quello che può dare. Mi prendo questo rischio, lui sa quello che mi aspetto da lui. Sono sicuro che allenandosi e giocando, può essere il Niang che mi aspetto io. Ha una condizione fisica sufficiente per saltare l’uomo ed essere decisivo, deve avere coraggio e tentare la giocata, al di là del fatto che ci riesca o meno».
NON SVEGLIATE HIGUAIN Rispetto ma nessun timore dell’avversario. «La Juve vince il campionato da sei anni. Li rispetto molto. Dybala è il miglior giocatore della Serie A, Higuain un bomber fantastico, e poi sono zeppi di talento. Hanno iniziato con cinque vittorie e hanno uno spirito vincente che li differenzia da tutte le altre squadre. Sarà difficile per noi ma anche per loro: abbiamo Belotti, Ljajic, Niang, Falque, Baselli. Penso che il mio amico Buffon non sia tranquillissimo. Dobbiamo fare una partita da Toro e poi vediamo quello che succede». A proposito di Higuain dato in crisi: «Non dobbiamo svegliare il can che dorme. Voi dite che è in sovrappeso, ma io conosco quel tipo di giocatore, appena ti addormenti ti punisce. Quindi lasciamolo dormire e non stuzzichiamolo, perché altrimenti va a finire come l’anno scorso».

E un bilancio da record. Non solo per la Juventus ma anche per una società italiana di vertice. Il 2016-17, l’anno del sesto scudetto e della finale di Champions, si è chiuso con un fatturato (al netto delle plusvalenze) di 422,4 milioni e con un utile di 42,6 milioni. La straordinarietà di questi freddi numeri sta proprio nel fatto che i bianconeri li hanno conseguiti vincendo anche sul campo. Di solito in Italia non è mai avvenuto. Le milanesi dell’era di Moratti e Berlusconi hanno pagato un conto salatissimo ai trofei conquistati, con i due mecenati che – alla fine – sono arrivati a sborsare rispettivamente 1,3 miliardi e 800 milioni; le romane di Sensi e Cragnotti, scudettate all’inizio del Duemila, hanno poi rischiato il default.

MISSIONE RAGGIUNTA La fre
sca pioggia di profitti è il suggello di una gestione che sotto la presidenza di Andrea Agnelli (con gli a.d. Marotta e Maz- zia) ha saputo attuare il turna- round aziendale portando a termine la missione assegnata da Exor nel 2011: tornare competitivi rendendosi allo stesso tempo autosufficienti. I ricavi sono schizzati dai 156 milioni del 2010-11 ai 422 del 2016-17, nello stesso arco di tempo il risultato netto d’esercizio è passato dal -95 al +43 milioni. Ieri a Piazza Affari il titolo ha chiuso in calo del- l’l,8%, forse perché il mercato si aspettava la distribuzione di un dividendo (l’ultimo risale al 2002 ai tempi di Giraudo-Mog- gi-Bettega): il cda bianconero, che ha convocato l’assemblea dei soci per il 24 ottobre, ha deliberato di destinare l’utile a riserve.
DETTAGLI La Juve festeggia il terzo bilancio consecutivo in attivo ma gli altri due ( + 2 nel 2014-15 e +4 nel 2015-16) scolorano di fronte all’ultimo. L’elemento-chiave? Le plusvalenze di 140,3 milioni. Su tutte quella di Pogba, ceduto al Manchester United per 105 milioni: la plusvalenza è stata di
96,5 milioni anche se al netto delle commissioni il beneficio effettivo è stato di 72,5. Senza dimenticare i 16 milioni guadagnati con il passaggio di Morata al Reai Madrid. Il mercato, senza dubbio, ha fatto la sua parte. Ma i ricavi operativi sono comunque cresciuti di 71 milioni. Un bel balzo, dovuto innanzitutto al boom dei premi di Champions: i diritti tv sono passati da 194,9 a 232,8 milioni. Sono cresciuti anche i ricavi da gare (da 43,7 a 57,8 milioni) e quelli dell’area commerciale (da 83,5 a 93,9), con una nota di merito per il trend positivo di merchandising e licensing gestiti direttamente: il primo anno i ricavi furono 13,5 milioni, l’anno scorso 19,2. È grazie a entrate così consistenti che la Juve, nell’ottica della sostenibilità, si è potuta permettere di aumentare ulteriormente la «potenza di fuoco». Gli stipendi complessivi (tesserati e non) sono schizzati da 221,5 a 261,8 mentre gli ammortamenti dei diritti dei calciatori sono passati da 67 a 82,9 milioni.
LIQUIDITÀ La solidità del club

bianconero è testimoniata da alcune voci indicative. Il patrimonio netto ammonta ora a 93,8 milioni, l’indebitamento finanziario netto è sceso a
162.5 milioni (da 199,4) grazie ai flussi positivi della gestione operativa che sono quasi raddoppiati nel giro di 12 mesi, con una disponibilità liquida cresciuta addirittura a 140 milioni.
PROSPETTIVE Quest ‘estate sul mercato il processo di investimento non si è arrestato, visti i
98.5 milioni di spese lorde. Ma si sono anche registrate plusvalenze nette per 73,9 milioni (basti pensare a Bonucci). Tuttavia l’esercizio 2017-18 è attualmente previsto in perdita, come recita il comunicato ufficiale della società, proprio in virtù dell’alto livello di costi operativi. Molto dipenderà, come sempre, dall’andamento in Champions.

Corrono veloci in campionato, Juventus e Torino. E se lo scatto bianconero ai blocchi di partenza non sorprende, quello granata è di buon auspicio per i tifosi: 11 punti, momentaneo quinto posto in classifica e qualche occasione sfumata che non ha consentito alla formazione di Sinisa Mihajlovic di godersela ancora più su. In cima c’è Massimiliano Allegri, non è una novità: viaggia a passo spedito, almeno in Italia, senza finora trovare ostacoli in grado di impensierirlo. Avrebbero tanti motivi per sorridere, i due condottieri del derby della Mole. In realtà arrivano al derby lanciati ad alta velocità, ma pure con la furia dentro. Basta guardare le immagine dei finali di partita dell’ultimo da turno. Dallo Stadium il viso teso e l’agitazione dell’allenatore bianconero al triplice fischio contro la Fiorentina, al Friuli la rabbia che non fa sconti di Miha dopo il rischio grosso corso contro l’Udinese. Il tecnico serbo temeva la beffa e ha scaricato tutta la tensione su chi gli capitava a tiro con la fisicità che gli è propria; il Conte Max, con maggiore aplomb, si è limitato alle più classiche imprecazioni al vento, per poi ritornare impeccabile davanti alle telecamere nelle interviste del post match. Due stili diversi, due modi differenti per approcciarsi alle sfide, però stessa grinta da sprigionare prima, dopo e durante le partite. Veloci in campionato. E furenti, perché perfezionisti e alla ricerca di meccanismi inattaccabili.

LETTURA DIVERSA

Allegri e Mihajlovic vogliono di più. E lo pretendono a partire dal derby. Da settimane l’allenatore bianconero, tra un complimento e l’altro alla squadra e pure ai singoli, insiste su un aspetto fondamentale: «Dobbiamo migliorare la gestione di alcuni momenti della partita. A volte è necessario dare una lettura diversa: ci può stare l’errore individuale, però è necessario sapere come gestire certi periodi della gara, specialmente quando siamo in vantaggio. Quando la partita sembra in apparenza più facile bisogna giocare semplice, senza cercare la manovra personale», così parlò Max, ad esempio, dopo la vittoria (pur netta nella forma e nella sostanza) contro il Sassuolo. E dopo il match con la Fiorentina invece Allegri ce l’aveva in particolare con Pjanic, reo di aver gestito male un pallone importante e rischioso con il risultato in bilico e con il cronometro amico da sfruttare a proprio vantaggio. Acqua passata, comunque: si guarda avanti, si guarda al derby.

CHE SFOGO

Dopo aver tirato un bel sospirone di sollievo, figuriamoci quanto sono girate le scatole a Mihajlovic quando Ansaldi è riuscito a murare Jankto solo davanti alla porta e con il colpo a botta sicura sul piede. Sarebbe stata una beffa atroce e avrebbe comportato un’altra perdita di punti: troppo per Sinisa che ha sbottato: «Io ce l’avevo con tutti. A noi non piace vincere facile! Pareggiare una partita all’ultimo minuto dopo tutto quello che abbiamo fatto sarebbe stato assurdo», le parole dopo l’Udinese.

E ADESSO IL DUELLO

Stessa furia da riversare nel derby trasformandola in energia pura. Adrenalina con equilibrio, perché non si vince la stracittadina senza usare la calma dei forti. Sinisa cerca di rovesciare la storia recente e magari di scriverne un’altra, tutta nuova: Toro mai uscito vincitore a casa Juve da quando si gioca allo Stadium. Pochi gol (per quanto bellissimi) e tante beffe, come quella di maggio. Mihajlovic la ricorda bene, così come ha chiaro in testa il piano partita per imbrigliare Allegri. Un piano che non può prescindere dalla carica agonistica. La stessa che il tecnico livornese sta infondendo ai bianconeri in un avvio di stagione ancora da lavori in corso, nonostante il punteggio pieno in classifica. Stavolta chi sarà ad andare più veloce?

Massimiliano Allegri medita, valuta, soppesa. Sa bene – come peraltro ha in ultimo esplicitamente dichiarato Giorgio Chiellini – che l’imminente stracittadina si annuncia come una delle più combattute e impegnative degli ultimi decenni, contro un Torino pimpante, ben organizzato, qualitativamente di livello molto alto. E il fatto che la sfida sia incastonata in un tour de force fitto fitto e tosto al punto giusto come quello che la Juventus sta vivendo ora e che proseguirà con i delicati match in programma a stretto giro di posta contro Olympiacos e Atalanta, beh, questo aspetto pone il tecnico livornese al cospetto di un bivio di stampo tattico/filosofico… Vale a dire: proseguire con le “sperimentazioni” portate avanti finora e con un turnover quasi scientifico – fatto di 4-5 cambi di partita in partita – oppure, più… banalmente, dare spazio ai cosiddetti “titolari” (o comunque esponenti dell’11 tipo) e non concedere troppo spazio ad elucubrazioni varie e alzate di ingegno?
Orbene, l’allenamento odierno avrà in questo senso un peso specifico importante nell’optare per l’una o l’altra soluzione. Tuttavia al momento sembra che Allegri propenda per l’opzione numero 2, cioè l’usato sicuro. La soluzione, cioè, che lo ha preventivamente indotto a far riposare o far partire in panca alcune pedine chiave, contro la Fiorentina: Gigi Buffon (che sicuramente tornerà tra i pali), Stephan Lichtsteiner (che probabilmente andrà a presidiare la fascia destra), Giorgio Chiellini (che sicuramente tornerà nella coppia centrale di difesa), Alex Sandro (che ineluttabilmente andrà a giostrare sulla corsia sinistra), Miralem Panic (che verosimilmente si accomoderà in cabina di regia a centrocampo accompagnato dall’ormai pressoché intoccabile Blaise Matuidi).
E fin qui siamo alle certezze. Si sconfina invece nell’area dei più o meno grandi dubbi alzando il baricentro e concentrando l’attenzione sulla trequarti e sull’attacco (posto che l’unico altro ballottaggio riguarda la difesa e coinvolge Benatia e Rugani per un posto accanto a Giorgio Chiellini). Ebbene, la principale tentazione di Massimiliano Allegri si chiama Federico Bernardeschi: finora mai titolare e da un po’ in odore di debutto dal primo minuto. Prima della partita contro la Fiorentina il tecnico s’è sbilanciato e ha parlato di «giocatore ormai pronto, ma devo pensare anche alla partita di sabato…». Il punto, però, è che sia Cuadrado sia Dybala – cioè i giocatori che, o l’uno o l’altro, a Bernardeschi dovrebbero cedere il posto – sono quelli più in forma e incisivi in questo momento, dunque non è facile decidere di farne a meno. Oggi Allegri valuterà la situazione in allenamento, poi scioglierà le riserve. Sempre al netto di “allegrate” spiazzanti. Al proposito: è da un po’ che a Vinovo si lavora sulla difesa a 3…

Il Toro, dopo il successo di Udine, è pronto a sorprendere. Come disposizione tattica e risultato. Già lo scorso anno con Sinisa, nel ritorno, si è visto sfumare il successo nel finale. C’è da dire che rispetto al presente era un Toro più debole e meno ambizioso contro una Juve più tonica. Adesso, invece, i granata sono forti e tosti con il loro quinto posto in classifica e due giocatori (su tutti) che possono fare la differenza. Perché in giro per l’Europa sono poche le squadre ad avere, là davanti, elementi come Ljaljic e Belotti, la coppia che s’inventa sempre qualcosa. Ma torniamo all’aspetto tattico della possibile partita granata. L’impressione è che il tecnico serbo abbia in mente qualcosa di diverso e più “sostanzioso” per sorprendere i bianconeri. Partiamo dalle convocazioni di sabato dove non c’era Acquah (leggerissimo problema muscolare: ieri si è allenato a parte). «Preferisco non rischiarlo per averlo disponibile nel derby…», aveva spiegato Sinisa Mihajlovic prima di raggiungere Udine. E il fatto di volerlo a tutti i costi per la sfida di domani significa qualcosa. Perché, tra l’altro, anche a Udine gli esterni Niang e Falque (più il francese che lo spagnolo) non sono riusciti a fare la differenza. La sensazione, dunque, è che Sinisa voglia aggiungere un centrocampista di forza fisica in mezzo: Acquah, appunto. Che con Rincon e Baselli – in un centrocampo a tre – formerebbe una maginot per le avanzate dei bianconeri e occuperebbe più spazio in una zona del campo che i bianconeri occuperebbero solo con Pjanic e Matuidi (a meno che Allegri non opti per il 4-3-3). A questo punto, con Acquah, si passerebbe ad un 4-3-1-2, passo successivo all’attuale 4-2-3-1 senza particolari stravolgimenti. L’importante è (comunque) lasciare spazio a Ljajic che si posizionerebbe dietro alle due punte con la solita libertà di inventare. Poi due attaccanti: Belotti e uno tra Niang e Falque visto che in questo momento sulle corsie esterne non stanno facendo la differenza. Probabilmente Niang.

E poi c’è Bentancur… Quante volte quest’estate è stata detta o scritta questa frase. Quando la Juventus andava in cerca di due centrocampisti, non riuscendo ad arrivare ai vari Emre Can e Kevin Strootman, ma assicurandosi una pedina fondamentale come Blaise Matuidi dopo il ko in Supercoppa, quasi tutti si scordavano di questo ragazzo di 20 anni preso già in primavera dal Boca Juniors. E allora toccava a Beppe Marotta, Fabio Paratici e allo stesso Massimiliano Allegri ricordare la presenza, passata un po’ troppo sottotraccia, di Rodrigo nella rosa bianconera e assicurare che il ragazzo era forte e avrebbe fatto sicuramente strada. Con il senno del poi, dopo 4 presenze e 170 minuti in campo con la maglia della Juventus, l’arrivo di Bentancur, inserito nel trasferimento al Boca di Carlos Tevez, si è rivelato un ottimo colpo di mercato per il rapporto tra il prezzo (9,5 milioni), le qualità e l’età.

IL GIOVANE SAGGIO

Come tutti i giovani talentuosi che arrivano alla corte di Allegri, anche per Bentancur il tecnico ha in mente un piano di inserimento graduale, già utilizzato per Paulo Dybala e Alvaro Morata, ma poi subisce un’improvvisa accelerazione per il contemporaneo ko di Claudio Marchisio e Sami Khedira. La coperta è corta, così l’uruguaiano viene gettato nella mischia del Camp Nou per la sua prima da titolare in maglia bianconera contro il Barcellona e mercoledì sera per l’esordio dal primo minuto in campionato contro la Fiorentina. Ma Rodrigo è abituato a questi palcoscenici: cresciuto nelle giovanili del Boca Juniors, non ha ancora compiuto 18 anni quando debutta in prima squadra grazie al tecnico Aruabarrena che lo inserisce a partita in corso nel Superclasico col River Plate al Torneo de Verano. E lui ringrazia segnando il gol del 5-0.
Un talento dotato di tanta personalità, ma senza presunzione: Rodrigo è un ragazzo tranquillo, che non si monta la testa. Anzi, a sentirlo parlare mostra parecchia saggezza. «Se giochi con la maglia della Juventus si sente sempre un po’ di pressione. Sto cercando di adattarmi il più velocemente possibile al gioco che vuole Allegri e alla serie A, ma la verità è che sono giovane e devo apprendere ancora tanto. E spero di arrivare al top il prima possibile».

la tentazione

Sicuramente, dopo la prova dell’altra sera allo Stadium, ha già conquistato i tifosi come aveva fatto, prima ancora, con dirigenza, compagni e tecnico juventino, che non smettono mai di elogiarlo in pubblico. E a proposito di Allegri, l’exploit dell’uruguaiano mette in difficoltà il tecnico. Probabilmente nel derby verranno schierati in mezzo Pjanic, tenuto a riposo per 75 minuti contro la Fiorentina, e Matuidi, ma certo risulta difficile in questo momento tenere in panchina un ragazzo così talentuoso, che si è fatto apprezzare l’altra sera per visione di gioco e posizione in campo. Un regista che ha avviato la manovra a testa alta, fraseggiando con sicurezza ed eleganza. Piace anche al tecnico livornese per il fatto che gioca con tranquillità e naturalezza: non eccede, ma risulta assai efficace, se si pensa all’82,7% dei passaggi riusciti, agli otto palloni recuperati, ai 12 duelli intrapresi. Certo, può e deve migliorare alcuni aspetti, come “le verticalizzazioni” come aveva detto fin da subito Allegri, ma la mentalità del ragazzo è quella giusta.

Entra il Toro, nello stadio della Juve, e la notizia è che per la prima volta la Snai accetta scommesse sul Var: domani l’esordio delle puntate hi-tech. Si può scommettere se sarà utilizzato almeno una volta: il “sì” è considerato l’esito più probabile ed è dato a 1,40 (esempio: se si giocano 10 euro, se ne incassano 14). Il “no” invece è a quota 2,60. Ma si può scommettere anche sul rigore concesso grazie al Var (dato a 3) e sul gol annullato con la tecnologia (6 volte la posta, se si azzecca). E così, guarda un po’, il Toro e il Var adesso fanno notizia anche prima della partita, e non solo dopo. La verità è che la Snai dovrebbe inventarsene una quarta, di scommessa. Per la serie: ma ‘sto Var per il Toro vogliamo usarlo bene sì o no? Basti pensare a ciò che è successo a Udine e a Bologna (due fischi sbagliati in anticipo hanno vanificato l’utilizzo del Var). E contro la Samp: tecnologia non usata (e chissà perché) per il fallo da rigore su Ljajic. Il Var è benedetto, se utilizzato bene: se no, diventa un pozzo di rimpianti beffardi. Il campionato del Toro è già stato grandemente condizionato, in negativo, da marchiani errori. E domani ci sarà il derby: non c’è bisogno di dire altro, e nemmeno di ricordare i tanti torti non soltanto degli ultimi anni. Occorre solo invocare equità, di utilizzo e applicazione. Basta con interpretazioni sciatte o presuntuose, please.

Si fa sempre più in salita l’avventura alla Juventus di Benedikt Höwedes: il tedesco è di nuovo ko. L’ex Schalke è stato il classico colpo last minute (è arrivato il 30 agosto), ma a tardare è anche il suo impiego: a parte il terzo portiere Carlo Pinsoglio e il lungodegente Marko Pjaca, il difensore della Germania è l’unico giocatore che Massimiliano Allegri non ha ancora schierato. Ma il vero problema è che il “Conte Max”, aspettando l’esito dei nuovi accertamenti, non potrà utilizzarlo nemmeno nelle prossime partite (Torino, Olympiacos). «Sono curioso di vederlo all’opera perché è un calciatore che ci permette di giocare anche con la difesa a tre, che può diventare una opzione in più», aveva detto l’allenatore livornese martedì. Già, nelle 24 ore precedenti alla conferenza di Allegri, Höwedes era tornato ad allenarsi con i compagni dopo aver smaltito l’affaticamento muscolare delle prime settimane juventine. Sono bastati tre allenamenti per riazzerare la situazione e amplificare la grana: il 29enne campione del mondo, in panchina nel successo contro la Fiorentina, ieri si è fermato per un risentimento ai flessori della coscia sinistra.

COPERTA CORTA

Allegri dovrà tenersi la curiosità un altro po’. Il progetto di rilanciare la difesa a tre, che è molto più che un’idea per il tecnico, non naufraga, però sicuramente si fa un pelo più complicato per una questione di uomini e numeri. Senza Höwedes, i centrali sono quattro (Barzagli, Chiellini, Rugani e Benatia): schierarne tre contemporaneamente è possibile, però sono maggiori i rischi di trovarsi una coperta ancora più corta. La sensazione è che Allegri, dopo aver rispolverato il 3-4-3 in allenamento e a partita in corso, pian piano lo impiegherà con sempre maggiore frequenza per una questione di equilibri. Senza l’infortunio di Howedes ci sarebbero stati pochi dubbi, mentre in questa situazione (ai box c’è anche De Sciglio) serviranno maggiori valutazioni. Tanto l’ex Schalke quanto la Juventus si augurano che lo stop non sia troppo lungo. Höwedes ha un motivo in più: è stato acquistato in prestito (3,5 milioni) e il riscatto (13 milioni) diventa obbligatorio soltanto al raggiungimento della venticinquesima presenza.

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